Maschere italiane
 

FESTA  DI  CARNEVALE
STORIA  E  MASCHERE


 
 

È il momento in cui ogni ceto degrada per lasciare spazio alla maschera, al divertimento e allo scherzo: è uscire dal quotidiano, disfarsi del proprio ruolo sociale, negarsi per divenire un altro. Velletri già nell' XI sec. festeggiava il suo Carnevale ma nel 1305 con il Papa trasferitosi ad Avignone, Velletri perde tutta la sua autonomia, e il 13 novembre del 1312 in Campidoglio, si stabilisce che il Podestà ed il Giudice dovevano essere romani, un periodo critico, anni segnati da guerre ed anche da lotte interne.
Tra le molteplici pretese che Roma impose a Velletri in questo cupo periodo, c'era anche: l'invio annuale a Roma di cera extra per la festa dell'Assunzione, l'acquisto del sale e l'invio di sei giocolieri (luxores) nel sabato e nell'ultima domenica prima della quaresima dal Carnevale di Velletri verso i carnevali sia di Campo Testaccio sia del Foro Palatii Capitolini, ed in aggiunta: …Civitas Velletri… tenetur mittere omni anno in festo Corporis Christi bravium aureum unum pro quo solvi consuevit curr florenos… Ancora un altro vecchio documento del febbraio 1346 porta la notizia che quattro delle Decarcìe, quelle in cui vi risiedevano i ghetti, avevano l'autorizzazione e l'obbligo di pagare i "ioculari" (i giochi) del Carnevale con i "balagnini" tassati appositamente agli ebrei.
Per sottrarsi da queste imposizioni annuali, il Municipio di Velletri si appellò per ben quattro volte ai due papi che si susseguirono: a Paolo II il 13 giugno 1470, e a Sisto IV il 20 gennaio 1473, il 20 maggio 1476 e il 25 marzo 1483. Già dal 18 aprile 1374 con la risoluzione di pace con Roma, la nomina di un Podestà veliterno ed il ritorno poi del Papa a Roma, Velletri riacquista in brevissimo tempo, un lungo, ricco e florido periodo di benessere, che si riflette anche sui suoi lussuosi carnevali dell'epoca.
Se Sisto IV acconsentì a rimuovere le imposizioni di Roma Capitolina, dipese anche dal fatto che, Lui fu nepotista sfrenato, e che, il cognato Card. Riario che spadroneggiava a Roma e contro gli Orsini e i Colonna, mise una buona parola per la città, dato che anche Velletri era acerrima nemica delle due casate. Già da questo rigoglioso periodo ci arrivano cenni sulla storica Corsa dello Anello nel periodo di Carnevale che quasi incessantemente si è protratta fino alla metà dei nostri anni 50, quando per il disinteresse dell'Amministrazione verso il Carnevale e qualche incidente verificatosi, non fu più effettuata.
Quando si arrivò al trionfo della gola, ed il tutto sfociò nella costruzione di carri dove regnava ogni ben di Dio, dove era trasportato l'essere satanico squartato (il porco) o l'essere tornato dall'inferno, in queste occasioni si lanciava sui carri cibo dalle finestre (nel Carnevale rimane ancora l'uso del lancio di confetti o caramelle dalle finestre e nelle feste cristiane il lancio di fiori o petali). Per questo motivo nell'Art.4 di un altro Editto si legge:

"… il Signor Conte Camillo Borgia Cavaliere della Legione d'Onore Sotto-Prefetto del circondario di Velletri in data li 14. Febrajo 1814.
                ORDINA

…è proibito per le strade della Città di lanciare delli confetti sugl'individui non mascherati a conformità dello articolo 5. dello nostra ordinanza dei 12. del corrente."

La Maschera

Le Maschere sono esistite da sempre? Forse si! Si pensa che le portassero già gli uomini delle caverne quando si dedicavano ai loro strani riti magici.
Ci sono due tipi di maschere: quelle facciali che nascondono il volto e quelle a elmo che nascondono completamente la testa.
C’è stato un momento in cui la maschera la portavano tutti.
La maschera nel 1800 la si usava nei balli e nei festeggiamenti di carnevale.
Cinquecento anni fa gli attori della commedia dell’arte crearono le maschere personaggio, dal servo sciocco fino al personaggio burbero o astuto, nacquero maschere come Arlecchino, Brighella, Dr Balanzone. In teatro mantennero a lungo questa caratteristica, finché il declino della Commedia dell’Arte li allontanò pian piano dai palcoscenici per limitare la loro presenza nei teatri dei burattini e nelle sfilate di carnevale.

La nascita del Coriandolo

"Fatta la legge trovato l'inganno", non potendo più lanciare confetti si usarono i semi di CORIANDOLO tuffati nel gesso e poi lasciati seccare. Questi semi così assomigliavano a confetti, e continuarono ad essere lanciati dall'alto dei carri e dai balconi. Il lancio di questi coriandoli diventò presto una vera e propria battaglia tra i carri e le maschere a terra, si iniziò ad utilizzare anche vere e proprie fionde, create apposta, che rendevano il tiro molto più preciso e potente di conseguenza i coriandoli così composti a un certo punto vennero proibiti.
Nei primi anni del XIX sec. (non si è riusciti a trovare la data esatta), per la prima volta, in risposta alla fionda, arrivò qualcosa di strano e mai visto: minuscoli dischetti di carta bianca che al minimo alito di vento svolazzavano in aria, compiendo vortici, e ricadendo sulla folla allibita come se una straordinaria nevicata avvolgesse il passare allegro dei carri. La geniale trovata era stata dell'ingegnere milanese Enrico Mangili, che aveva pensato di usare i dischetti di scarto dei fogli forati che si usavano come giacigli per i bachi da seta.
Alla gente piacque l'idea e continuò a chiamarli con il vecchio nome con cui ancora oggi li conosciamo: coriandoli. Lo stesso Mangili, pochi anni dopo, prendendo ispirazione dai nastri di carta su cui arrivavano i messaggi del telegrafo, inventò anche le stelle filanti. I coriandoli cominciarono ad essere prodotti a livello industriale, e non più come materiale di scarto, utilizzando anche carta colorata.
Povero ingegner Mangili, nessuno si ricordò più di lui, tutti pensarono solo al divertimento.

La nascita della Cartapesta

Nonostante le pluricentenarie origini di alcuni carnevali italiani, il primo carro allegorico viene costruito a Viareggio nel 1873. Questo carro era realizzato da addetti del porto che, ispirandosi alle tecniche di costruzione delle navi, riuscirono ad erigere strutture con corde, cavi d’acciaio e paranchi usati nei cantieri. Queste prime opere avevano dei mascheroni realizzati in gesso e pesavano anche parecchi quintali.
Nel 1921 un carro ospitò, per la prima volta, una intera orchestra, la cosa ebbe così successo che nel 1923 alcuni carristi pensarono di far “ballare” anche i pupi, realizzando, così, i primi movimenti.
La nascita della “cartapesta” è dovuta al M° Antonio D’Ariano (1925) che pensò ad un nuovo sistema: ricoprire la creta con il gesso, in modo da ottenere uno stampo al negativo della figura originale, e poi mettere vari strati di carta all’interno di un modello di gesso. Una volta asciugata, la sagoma in carta si staccava dal gesso senza problemi e, identica all’originale, pesava qualche chilo invece di quintali. Grazie a questa trovata si possono costruire carri immensi che sfiorano le leggi della gravità.




Maschere più conosciute

in ordine alfabetico
 

Arlecchino

 

Nasce in uno dei quartieri più poveri di Bergamo ed è tra le maschere più conosciute. Rappresenta un servo in cerca di una vita migliore. È ingenuo e credulone e per non mettersi nei guai non esita a ingannare, tradire, raccontare bugie e fare dispetti. Poi si dispera e si consola con grande rapidità. Si trova sempre in mezzo ai guai mentre è alla ricerca disperata di cibo. I suoi movimenti rapidi, il modo di parlare cantando e il tono stridulo della voce divertono chi lo segue. Agli inizi Arlecchino è il vero personaggio adatto ad un pubblico rumoroso ed incomposto. È l'autentico personaggio che oggi noi troviamo nei circhi coi nomi di pagliaccio e clown: l'acrobata perfetto ed entusiasmante. Arlecchino ha sempre il "batocio" in mano, perché è rissoso e manesco, a volte audace, a volte poltrone e codardo, bastona ed è bastonato, entra in scena saltando, incespicando, scivolando spettacolosamente, poi improvvisa gli "spropositi" che sono tirate senza capo né coda, espresse con voce nasale e grottesca. È elegante quando entra in scena con i piedi in terza posizione e la mano destra appoggiata sul "batocio", oppure quando esegue la "riverenza", inchino classico e caratteristico. Parla il bergamasco che poi muterà in seguito nel dialetto veneziano, misto ad idiotismi della sua parlata nativa. Ma la nostra maschera parla tutte le lingue e tutti i dialetti, e in Francia ne formerà una propria nota sotto il nome di "langue d'Arlequin" misto burlesco di italiano e di francese. Agli inizi vestiva come tutti gli zanni, poi il vestito bianco si copre di pezze colorate poste qua e là in disordine, fino a che esse trovano compostezza ed eleganza nei costumi a seguire: rombi e quadrati disposti a scacchiera decorano la bianca casacca e i calzoni. Negli ultimi tempi il vestito, più attillato e aderente, modella le forme agili ed armoniche di questa maschera. Nella cintura in tutti i tempi porta infilato il famoso "batocio" e qualche volta la "scarsella" immancabilmente vuota. Il "batocio" è un bastone a forma di spatola che veniva utilizzato dai bergamaschi per girare la polenta nel paiolo e per condurre le vacche al pascolo e che usa nelle zuffe. La "scarsella" è una piccola borsa di cuoio dentro la quale tiene il pane, la lettera del padrone da recapitare, ma mai i soldi ed è sempre pieno di debiti. In testa porta un cappello di feltro bianco con un codino di coniglio in ricordo di un passato di cacciatore. In viso calza una maschera nera che non toglie mai. Le scarpette di pezza o di cuoio sono senza tacco. Il suo costume non deve abbandonarlo mai, e se per caso gli occorre interpretare un personaggio mitologico, sovrappone la tunica o il mantello su quello proprio, lasciandone intravvedere una parte. Ghiotto ed opportunista, rappresenta il simbolo di colui che si adatta a qualunque situazione ed è disposto a servire chiunque, pur di ricavarne dei vantaggi. In seguito, soprattutto con Carlo Goldoni, si trasformò nel popolano malizioso ma in fondo onesto e sensato. Compagna di Arlecchino è Colombina.



 

beppenappa

 

Calabrese di nascita ma è siciliano, con la sua semplicità disarmante ricorda la maschera di Pierrot, ma in lui non esiste tristezza. Beppe Nappa è intorpidito da un sonno perenne che lo costringe a sbadigliare continuamente. "Nappa" in dialetto significa un uomo buono a nulla. È il pigro servitore di un padrone che può essere un vecchio barone al quale scrocca vino e cibo finché non viene scoperto. Svolge il suo lavoro in modo inefficiente, passa dal sonno alla ricerca di cibo in un attimo, aiutato da un fiuto infallibile, per tornare poi al suo mondo di sogni. Indossa un abito bianco e le maniche della camicia sono lunghissime, bottoni rossi e palline rosse che bordano il camicione. Ha un paio di scarpe nere con sopra delle palline rosse. Porta un cappello nero. Ha un lungo naso ed è molto buffo.



 

bertolino

 

Uno dei nomi degli Zanni (vedi in fondo) nella Commedia dell'Arte, interpretato da Niccolò Cella verso la metà del XVII sec., e da Ambrogio Broglia nel 1672.



 

bicciolano

bella

 

A Vercelli ci sono altre due celebri maschere: Bicciolano e la Bela Majin. L'origine del Bicciolano risale, pure in questo caso con un intreccio tra storia e leggenda, ad un personaggio che sarebbe vissuto nella città a cavallo tra il 1700 e il 1800. Si tratta di Carlin Belletti, figura cui si legano ideali come la rivolta contro i soprusi, il ripudio delle angherie, la ricerca di un ordine nuovo, più pulito, più sano, più efficiente: un ordine dove tutti gli uomini siano liberi e rispettati. Di Carlin Belletti, detto il "Bicciolano", si narra che fosse spiritoso, intelligente e pungente. Le sue eroiche gesta risalgono a quando la rivoluzione francese batteva alle porte del Piemonte, e Vercelli era governata da una classe privilegiata che imponeva gravi tassazioni alla popolazione e spadroneggiava indisturbata in città. Il nostro eroe era l'impavido portavoce dello scontento popolare. Ancora oggi, la maschera vercellese è una figura vicina alla gente comune. Se nell'800 era il simbolo di rivolta e libertà, ora il Bicciolano rappresenta la ribellione ai vincoli, alle consuetudini e alle inibizioni della quotidianità. La sua sposa, la "Bela Majin", era una donna di estrema bellezza e si narra fosse una compagna intelligente, colta e capace di intervenire sempre, e giustamente, nei momenti opportuni.



 

Brighella

 

Nasce nei quartieri ricchi di Bergamo (alta) nel sec. XVI. Il suo nome deriva dal verbo brigare, che definisce un comportamento dispettoso. Sulla scena è spesso in contrasto con Arlecchino (di Bergamo bassa) ma si rivela però più furbo, pronto a beffare il padrone, solitamente impersonato da Pantalone. È molto abile nel suonare, ballare, cantare e indossa una casacca su ampi pantaloni decorati con nastri verdi. Ha una maschera a mezzo volto che può essere di colore verde oliva, bordeaux o nera. I fori per gli occhi sono ampi, per permettere di cogliere il suo sguardo malizioso. Brighella è il primo zanni o servo della Commedia dell'Arte, lo zanni di prima importanza in tutte le rappresentazioni. Come le altre maschere, egli è finito nel paniere del burattinaio, che l'afferra e l'agita alla finestra del suo teatrino, mentre udiamo la sua voce che, in un dialetto tra il veneto e il bergamasco, ci dice: "Sì io sono Brighella cavicchio e gambone, protettore degli innamorati e sempre pronto in qualunque momento dall'alba al tramonto, d'estate e d'inverno, ad aprire lo scatolino delle furberie per servire chi meglio mi paga!". All'inizio veste con la larga camicia, calzoni e mantello bianchi, cappello biforcuto con penna, calza pantofole ed ha una borsa ed il «batocio»; la sua faccia mascherata si incornicia di una barbaccia nera, che perderà ai primi del '700. Il suo vestito non cambierà di molto anche in seguito, ad eccezione del cappello, che sarà sostituito da un berretto come usano i nostri cuochi, ma orlato con una guarnizione colorata di verde, e simile guarnizione orlerà i galloni anche della giacca e pantaloni, ha le scarpe nere con pompon verdi; il mantello è bianco con due strisce verdi. A tale proposito, Brighella afferma che è bianco, perché ha carta bianca in tutte le azioni, ed è verde perché con la sua astuzia tiene sempre verdi le speranze dei suoi clienti.



 

Burlamacco

 

Si dice che la maschera viareggina ha varie influenze: è il richiamo della "burla" carnevalesca; è il canale "Burlamacca" che attraversa la città di Viareggio, ed è probabile che derivi da questo se si considera che il nome della sua compagna si lega al movimento sussultorio delle acque del canale, le piccole onde, da cui appunto il nome Ondina. Altra ipotesi, ma piuttosto lontana, è quella che vede il nome Burlamacco avvicinarsi a quello di un personaggio romanzato, il Buffalmacco rinascimentale, uno dei protagonisti del "Decameron" del Boccaccio, ma è anche legato al cognome lucchese Burlamacchi. Uno dei momenti più importanti della storia del Carnevale di Viareggio, coincide con la nascita del Burlamacco nel 1931, maschera che diventerà poi simbolo di questo carnevale. Nato dalla fantasia di Uberto Bonetti, è un insieme di caratteristiche delle principali maschere italiane dell'epoca: così abbiamo il cappello di Rugantino, il mantello del dottor Balanzone, il costume a scacchi stile Arlecchino, un pompon rubato dal camicione di Pierrot, e la gorgiera bianca alla Capitan Fracassa. Dopo la sua prima comparsa, la maschera rimase senza nome per 8 anni. Diviene ben presto il "logo" e con lui anche Ondina, sua compagna già dal primo manifesto del '31, che compare e scompare a fasi alterne nei manifesti carnascialeschi viareggini. È caratterizzato da una tuta tubolare in stile futurista a rombi biancorossi, un pompon nero sulla pancia, un'alta feluca rossa, mantello nero e faccia truccata da clown. Seppur presentato con alcune varianti, sempre sui manifesti del Carnevale, la versione classica rimane quella più conosciuta ed amata, ed è quella che ormai si è cristallizzata nella tradizione.



 

Cap. Spaventa

 

Capitan Fracassa, maschera ligure, detto anche Capitan Spaventa e Capitan Matamoros. Il suo nome intero è Capitan Rodomonte Spaventa di Val d'Inferno e si tratta di uno spadaccino molto particolare, in quanto alla spada preferisce combatte più con la lingua per colpire i nemici. È un giovane di bella presenza con baffetti e pizzetto castano, con un abito colorato a strisce gialle e arancioni ed un grosso cappello piumato, ricchi stivali ed un'enorme spada da moschettiere come i gentiluomini del '600 che trascina facendo molto rumore. È un soldato spagnolo di ventura magro e lunatico con voce tonante e cavernosa, prepotente, codardo e vile, divulgatore di gigantesche frottole di imprese strepitose. È solito prendere in giro gli ufficiali del suo tempo.



 

Cav. Cartiglio

 

Il Cavalier Cartiglio si richiama nei modi, nei gesti e nel linguaggio ai Capitani della Commedia dell'Arte. È un Capitano smargiasso armato di spada appesa ad una larga cintola, cappello piumato, gorgiera, guanti, stivali cadenti, vestito poco appariscente quasi incolore. Non porta la maschera ma ha due baffoni. Nei suoi monologhi si rifà proprio alle atmosfere dell'epoca medioevale:
        "Io sono il Cavalier Cartiglio,
        uccisore di draghi, demoni e dragoni
        li tiro fuori dal loro nascondiglio.
        Pronto di lingua sono e più di mano;
        rintuzzo, abbatto, sgomino, fracasso,
        di taglio e punta meno e vado a fondo;
        la gente si ritira quando passo
        sì che posso dir che son solo al mondo."



 

Colombina

 

È la più conosciuta tra le "servette", è briosa e furba. Nata a Siena, sulla scena è spesso moglie o fidanzata di Arlecchino, ma anche se viene corteggiata dal padroncino o dai suoi amici, rimane fedele allo sposo o al fidanzato. Favorisce gli intrighi amorosi della sua padrona Rosaura, raggirando il padre burbero e severo. Consegna bigliettini segreti e organizza incontri lontani da occhi indiscreti. Talvolta è bugiarda ma sempre a fin di bene. È civetta, intelligente, chiacchierona, vivace, maliziosa e pungente, graziosa e parla veneziano. Prende in giro le persone che le stanno vicino ed è portata a farsi beffe di loro. Con i padroni vecchi e brontoloni va poco d'accordo e schiaffeggia sempre chi osa importunarla mancandole di rispetto. Veste un corpetto e un'ampia gonna a balze e ha un grembiulino con qualche toppa provvisto di tasche in cui infilare i biglietti d'amore. Sul capo porta una "crestina", il fazzolettino tipico delle cameriere, fermato da un nastro. Non porta la maschera.



 

corallina

 

Colombina, Franceschina, Betta, Marinetta, Violetta, e molti altri nomi ancora, assunse nel teatro italiano delle maschere il tipo dell'ancella dal parlare audace e il gesto disinvolto, sempre disposta all'adulazione e alla malizia, che si richiama peraltro a un carattere dell'antico teatro classico: la schiava complice dei sotterfugi amorosi della padrona, che interviene a rimediare al candore e all'inesperienza di lei, guidando l'idillio a lieto fine. Il tipo della furba ancella, più spesso indicato col nome di Colombina, assunse quello di Corallina con Anna Veronese, una soubrette d'origine italiana che debuttò quattordicenne nel 1744 a Parigi dov'era giunta col padre, Carlo Veronese, che in quello stesso lavoro, "Il doppio matrimonio di Arlecchino", interpretava la parte di Pantalone. Il Veronese era stato assunto insieme alle figliole Anna e Camilla dal re di Francia, che aveva loro anticipato duemila franchi per il viaggio. Poichè, intascato il danaro, invece di partire, i tre se ne stavano tranquillamente a Venezia, a continuare le recite, fu incaricato di far loro rispettare il contratto un giovane diplomatico francese presso la Serenissima: Jean Jacques Rousseau. Il futuro autore del "Contratto Sociale", che aveva imparato a parlare correntemente il dialetto veneziano, riuscì con uno stratagemma ad avvicinare i Veronese, minacciando di farli arrestare se non fossero partiti entro 8 giorni. Il successo che essi ottennero a Parigi fu strepitoso, soprattutto per merito di Corallina, al punto che, nel volgere di poche stagioni, fu scritto per lei un intero repertorio: Corallina maga, Corallina giardiniera, Corallina intrigante, le follie di Corallina, ecc. Sei anni dopo, appena ventenne, Anna Veronese lasciava la Francia e tornava a Venezia dove interpretava, sempre col nome di Corallina, commedie di Carlo Goldoni. Indossa una cuffia e un vestito a strisce verticali bianche e blu che spiccano sulla gonna a volte rosa e sul lato è arricchito da un fiocco blu. Sulla fibbia delle scarpe nere c'è un fiocchetto azzurro.



 

Coviello

 

L'origine di questa maschera risale alla fine del Cinquecento, diffuso soprattutto nell'Italia Centro-meridionale, dove è noto con il cognome di Cetrullo Cetrulli, Ciavala, Gazzo o Gardocchia. Coviello, diminutivo di Iacoviello (Giacomino), non ha solitamente un ruolo ben definito né stabile: a volte è stupido, altre rude bravaccio, taverniere intrigante, servo sciocco, mite padre di famiglia, a seconda delle esigenze della commedia e delle caratteristiche dell'interprete. Anche il suo aspetto non è sempre costante. In alcune incisioni del Seicento di Francesco Bertarelli viene raffigurato con lunghi pantaloni attillati allacciati sui fianchi, un corpetto aderente e una corta mantella. Indossa anche una maschera con un naso enorme sopra il quale poggiano degli occhiali smisurati. Elemento costante un mandolino.



 

Dott. Balanzone

 

Avvocato bolognese, fa della parola la sua arte, espone le sue idee e i suoi consigli, ricorrendo a parole piene di sentenze latine a proposito ed a sproposito, di proverbi sgangherati nella grammatica e nella sintassi, ma pomposi, imponenti, tali da far restare a bocca aperta. Rappresenta il simpatico dottore che usa un linguaggio apparentemente colto, ma in realtà insensato procedendo imperterrito nei suoi discorsi senza spaventarsi delle colossali baggianate che dice. Crede di essere filosofo, scienziato, medico, astronomo ed avvocato e di tutto e su tutto parla a vanvera e confonde personaggi storici. Ha sempre la testa fra le nuvole, come stesse pensando a cose importantissime. È molto sensibile al fascino femminile, ma non è mai ricambiato. È burbero ma bonario, apprezza moltissimo la succulenta cucina bolognese. Indossa pantaloni e camicia nera, con polsini e gorgiera bianchi. Sulle spalle porta un'ampia toga. In testa porta un grande feltro a larghe tese, nero. Porta gli occhiali. La giubba è serrata alla cintola da cui pende una borsa di cuoio nero, un fazzoletto e qualche volta un piccolo pugnale, e sottobraccio un librone o manoscritti. La maschera è nera e copre soltanto la fronte e il naso scoprendo i grossi baffi neri, mentre i capelli sono coperti da una calotta nera, quasi a sottolineare la sua grande intelligenza e cultura. Porta calze bianche e scarpe con grosse fibbie e con tanto di tacco perché la sua statura è un po' traccagnotta. Nelle prime recitazioni della Commedia dell'Arte era anche definito con altri nomi: Gerolamo Chiesa lo chiama il Dottore dei Violoni, Pietro Bugliani il Dottore Forbizone, altri Bombarda, Campanari, Spaccastrummolo, fino al definitivo Dottor Balanzone. Quando è rappresentato sposato: è autoritario, bizzarro ma sempre facilmente raggirato dalla moglie e dalle figlie.



 

Fagiolino

 

L'unica maschera che proviene dal sottoproletariato e dalla periferia urbana, che si muove soltanto nel casotto dei burattini e non conosce vita sul palcoscenico delle marionette. È una figura molto caratteristica, è la gioia di vivere in carne e spirito, la monelleria piena di salute. Sempre rubicondo sotto quel suo caldo berretto bianco da "monello" che non si toglie mai. Non sogna che due cose: buone tagliatelle e giustizia per tutti. Il resto è scherzo, pretesto per dire parole grosse e paroline tenere quali sono nel dialetto bolognese. Fagiolino resta sempre lo stesso, è un ottimista che non invecchia mai. Ha un nome e un "cognome", Fagiolino Fanfani, maschera attiva a Bologna ad opera del burattinaio Cavazza e che raggiungerà una popolarità maggiore con Filippo Cuccoli e col figlio Angelo. Fagiolino è un povero, ma ricco di appetito, generoso coi deboli e severo con i cattivi. Si fa giustizia da solo usando il suo inseparabile bastone. Predomina in tutta l'Emilia Romagna. Veste da povero: calze a righe, pantaloni grigiastri, camisaccia bianca, gilè e casacca marroni e tipica cuffia bianca in testa.



 

Farinella

 

Ha la sembianza di un jolly ed è la maschera tipica del carnevale di Putignano. È da notare come in passato l'aspetto fosse differente: l'abito infatti era costituito dai colori della città, il rosso ed il blu; il cappello era a tre punte, per ricordare i tre colli su cui è costruita la città; era rappresentata nell'atto di separare un cane e un gatto, a memoria dei dissidi presenti nella popolazione. Farinella, giullare e uomo di pace. La versione attuale prevede che indossi, un abito a toppe losangate multicolori e sonagli sulle due punte del cappello, intorno al colletto e sulle scarpe. Prende il nome dalla farinella, antichissimo cibo povero, tipico del mondo contadino putignanese. Una farina finissima a base di ceci ed orzo abbrustoliti, macinata in piccoli mortai di pietra, integratore frugale di una dieta segnata in passato dalla povertà opprimente, una miscela destinata al connubio con sughi, olio o fichi freschi.



 

Cap. Spaventa

 

Nobile cavaliere innamorato di Rosaura, figlia di Pantalone, questi è contrario al loro amore perché lo ritiene un cavaliere squattrinato e che ambisce al suo denaro. Nel loro amore è complice la bella Colombina, cameriera di Rosaura, la quale di nascosto dal padrone scambia messaggi e lettere amorose tra i due spasimanti..



 

Beppe Nappa

 

Tipo di servo e raggiratore della Commedia dell'Arte, è il nome di uno degli Zanni raffigurati nella raccolta di stampe.



 

Gianduja

Beppe Nappa

 

Questo personaggio nasce nel '700, e non ha attinenza con la Commedia dell'Arte. Gianduja deriva dall'espressione "Gioan d'la douja", che vuol dire Giovanni del boccale. Gianduja è originario di Caglianetto, in quel di Asti, è un galantuomo allegro che incarna lo spirito bonario piemontese ed è coraggioso, ama il buon vino la buona tavola e l'allegria ed è proverbiale la sua distrazione. Questa maschera, prediletta dai piemontesi, deve il nome a una precauzione politica: fino al 1802, infatti, l'avevano chiamata Gerolamo, ma quell'anno, ai primi del nuovo secolo, i comici pensarono bene di ribattezzarlo per evitare che si potesse scorgere allusione al nome di Gerolamo Bonaparte, parente dell'imperatore. Gianduja è il personaggio popolare simpaticamente presente in tante manifestazioni torinesi con la faccia rubizza, vestito con brache di fustagno color marrone, bordato di rosso, con un panciotto giallo e le calze rosse, in testa un tricorno e la parrucca con il codino rivolto all'insù, sulla cui punta spicca un nastrino rosso. Sul collo porta un fiocco verde oliva ed un ombrello dello stesso colore, le scarpe sono nere. È sposato con Giacometta, con la quale, nei giorni di carnevale, gira su una carrozza di gala e va a fare visita ad ospedali, ospizi e ad ossequiare le autorità cittadine.
Giacometta è la compagna fedele di Gianduja. È una giovane donna semplice e molto intelligente.



 

Giangurgolo

 

Maschera calabrese del XVII secolo. Il suo nome significa "Giovanni dalla gola piena": fu ideato dai calabresi che volevano mettere in ridicolo le persone che imitavano i cavalieri siciliani. Nei suoi pranzi consuma carretti di maccheroni, molto pane e intere botti di vino. Adopera la spada per inezie, ma è sempre pronto a fuggire come il vento. Ha un'andatura bellicosa e porta sempre un cappello di feltro a cono. Indossa un abito giallo e rosso e ha un grosso naso di cartone. Personifica un militare spagnolo di stazza in Italia, spaccone, fantasioso e millantatore.



 

Gioppino

 

Maschera di Bergamo compare tra la fine dell'700 e i primi dell'800 nelle province di Bergamo e Brescia. È un personaggio rubicondo, buffo e simpatico con una gran risata contagiosa. Fa il contadino, ma questo lavoro non gli va perché deve faticare troppo e guadagnare poco, pieno di buon senso e di furbizia cerca di arrangiarsi con lavoretti per guarnire la sua tavola. Indossa dei calzoni corti una camicia ed una giacchetta rossa. In testa porta un cappello morbido, ha sempre con se un bastone e si caratterizza per tre enormi gozzi, chiamati da lui "coralli" o "granate".



 

Gurgumiello

 

Fino al 1982 a Velletri la maschera di Carnevale era rappresentata...  VEDI



 

Mammuttones

 

Maschera tipica sarda (Mamuthones), in suo onore si organizzano sagre e feste popolari; il suo nome deriva da Mammuth, l'antenato del attuale elefante. Il mascheramento dei mamuthones consiste in pelli nere di pecora indossate sopra il consueto abito di velluto marrone. Sulle spalle di ogni uomo vengono legate serie di campanacci di diversa grandezza dal peso totale di circa venticinque chili, disposti con un ordine prestabilito in modo che i due più grandi si trovino all'altezza delle spalle. Sul ventre vengono legati campanacci più piccoli. Il volto viene nascosto da una maschera di legno nero, la bisera e un fazzoletto marrone annodato sotto il mento. La maschera è ricavata da legno di fico, di colore nero, intagliata in un'espressione triste.



 

Meneghino

 

Meneghino o Domenichino è la maschera milanese per eccellenza, inconfondibile con il suo tricorno, un cappello a tre punte e la parrucca con codino alla francese, nasce verso la fine del Seicento. È vestito alla popolana porta la giacca di velluto lunga, marrone di rosso bordata ed una camicia con sbuffi e merletti, calzoni verdi listati di rosso lunghi fino al ginocchio e calze a righe rosse e bianche, le scarpe nere con la fibbia ed ha in mano un ombrellino rosa e non porta la maschera. È la maschera che risponde, sempre pronto a domande spiritose. Meneghino impersona un servitore rozzo ma di buon senso che, non fugge quando deve schierarsi al fianco dei suoi simili. Generoso e sbrigativo, è abile nel deridere i difetti degli aristocratici. Pur affermandosi come maschera della Commedia dell'Arte nel '700, probabilmente le origine del suo nome risale al "Menego" di Ruzante, oppure più semplicemente dal nome dei servi utilizzati nelle ricorrenze domenicali, chiamati "Domenighini". In epoca successiva Meneghino prende moglie e, sposa Cecca Di Berlinghitt (in milanese fronzoli, decorazioni), che di mestiere smercia nastri alle clienti del marito.



 

Meo Patacca

 

È la maschera romana, che assieme a quella di Rugantino, rappresenta il coraggio e la spavalderia di certi tipi di Trastevere, il quartiere più popolare di Roma. Spiritoso ed insolente, Meo Patacca è il classico bullo romano, sfrontato ed attaccabrighe, esperto ed infallibile tiratore di fionda, ma in fondo, generoso e di animo aperto. Gli piace fare lo spaccone e parlare in dialetto romanesco, in modo declamatorio, ma poi all'occorrenza non fugge. Anzi, quando ci scappa la rissa, si getta nella mischia e la sua fama è ben nota in Trastevere e in tutta Roma. A parte il suo carattere sicuramente un po' difficile che si adombra per niente e quel suo strano modo di discutere con qualcuno, prima con le mani poi con le parole, Meo Patacca riscosse la simpatia dei suoi concittadini che affollarono i teatri romani per assistere divertiti alle sue commedie. Il suo personaggio ebbe a lungo fortuna sulle scene e pur trasformato col tempo, in un tipo più serio e meno manesco, ha mantenuto inalterati i caratteri di presuntuoso romano, sbruffone e provocatore.



 

Mezzettino

 

È una maschera abbastanza giovane nata a Bergamo. Il suo costume era quello di un servo, ma poi nella Commedia dell'Arte, grazie ad Angelo Costantini interpretò un personaggio vicino ad Arlecchino.



 

Pantalone

 

Ebbe nei primi tempi il nome di Magnifico, e poi assunse quello di Pantalone de' Bisognosi. Pantalone è una delle più antiche maschere veneziane. Piange sempre miseria ed è alla costante ricerca dei "bezzi", come erano chiamati i soldi di quell'epoca. Pantalone è un mercante veneziano ricco, avaro, diffidente, pignolo e sordo. Talvolta è scapolo d'età avanzata, con tutto il ridicolo di chi, ormai maturo, vuol piacere ancora. Crede solo nel denaro e nel commercio: autoritario e bizzarro è oggetto di beffe continue da parte dei suoi amici sa trasformarsi in un burbero benefico è facilmente raggirato dalla moglie e dalle figlie (quand'è rappresentato ammogliato). I suoi servi patiscono la fame, perché ha la strana abitudine di cacciarli proprio quando è il momento di mettersi a tavola. Sulla scena gironzola con le braccia dietro la schiena, infila ovunque il naso adunco senza smettere di chiacchierare. Arricchito, spavaldo sputasentenze, per far sfoggio della sua autorevolezza si intromette in dispute e alterchi e, puntualmente, finisce col ricevere botte da entrambi i contendenti. Veste con pantaloni e calze rosse (tipico colore dei mercanti veneziani), porta una casacca anch'essa rossa con un colletto bianco. Il cappello è nero, soffice e senza tesa tipo una cuffia aderente che sembra un tutt'uno con la maschera. Indossa un mantello nero, delle pantofole senza tacco, con punte rivolte verso l'alto, come si usa in Oriente. Porta una maschera nera con naso adunco barbetta a pizzo volto all'insù ed una cintola alla vita. Nel tempo il costume è cambiato, ma ha sempre conservato la caratteristica zimarra nera.



 

Beppe Nappa

 

Nome di uno dei primi Zanni della Commedia dell'Arte italiana, dal suo nome alcuni vogliono sia derivato in Francia Pierrot ed in Russia Petruska.



 

Pierrot

 

Pierrot è una maschera nata in Italia verso la fine del Cinquecento. Il nome è un francesismo che deriva dal personaggio italiano della Commedia dell'Arte, uno dei primi Zanni: Pedrolino, interpretato nella celebre Compagnia dei Gelosi, da Giovanni Pellesini alla fine del '500. Il personaggio fu portato in Francia, dove entrò a far parte dei repertori delle Compagnie francesi con il nome di Pierrot grazie all'apporto di Giuseppe Geratoni che per primo lo introdusse nel 1673; ma il primo grande Pierrot fu ancora un italiano Fabio Sticotti, in seguito il personaggio fu perfezionato dal figlio Antonio (1770) che lo esportò anche in Germania. Gli Sticotti reinventarono e diedero nuova vita a questo personaggio adattandolo al gusto dei francesi e poi del pubblico delle corti europee, infatti nella versione francese Pierrot perse le caratteristiche di astuzia e ambiguità proprie dello Zanni per diventare il mimo triste innamorato della luna. Lunga casacca bianca di seta lucida guarnita di grossi bottoni neri, ampio colletto, papalina nera sul capo, larghi pantaloni sempre di seta bianca, il volto senza maschera dipinto di bianco, la piccola bocca rossa e un'espressione triste: questo è Pierrot, l'innamorato malinconico e dolce. È talmente pigro e stanco che la fatica gli impedisce di muoversi come abitualmente fanno le altre maschere della Commedia. È sicuramente il più intelligente dei servi, svelto nel linguaggio, critica gli errori dei padroni e spesso finge di non capire i loro ordini, anzi li esegue al contrario, non per stupidità, ma perché li ritiene sbagliati. Quando le situazioni si ingarbugliano: "lasciate fare a me!" afferma, non perché sia un presuntuoso, ma perché è capace e pieno di buon senso. È furbo, ma sentimentale, l'unico personaggio che ad un piatto di minestra, preferisce una romantica serenata, eseguita sulla mandola, sotto le finestre della sua bella. Forse anche per questa ragione è pallido e languido e, spesso una lacrima gli scende sulle guance.



 

Pulcinella

 

È la maschera di Napoli, figura buffa e goffa, è di umore mutevole e pauroso. Ha un carattere poco affidabile e cerca di uscire dalla situazione in cui si è cacciato con ogni mezzo a disposizione. L'unico suo affanno è procurarsi il cibo, per il quale è disposto a raccontare bugie, rubare e farsi prendere a bastonate, l'aspirazione più grande è bere e mangiare, è un gran goloso di maccheroni. La maschera di Pulcinella si adatta ad ogni ruolo che spesso cambia, qualsiasi sia il mestiere: servo, padrone, domestico, capitano, vecchio, magistrato o falegname, ma in nessun caso atletico. Sobrio e lento nei movimenti ma gesticola sempre, goffo e di poche parole, ma quando parla, è sempre secco e mordace. Il suo ideale di vita è il dolce far niente. Il suo carattere ha sfumature molto contrastanti: furbo, coraggioso oppure vigliacco. Porta con sé un mandolino, sa cantare dolcemente e prende la vita con allegria, senza prendersela troppo. Pur essendo spesso fatto oggetto di pesanti bastonate, egli riesce simpatico anche ai potenti che prende in giro e inganna con amabile furbizia. Porta una camicia bianca con lunghe maniche che coprono le mani e un cinturone nero alla vita che mette in evidenza il pancione e pantaloni molto ampi e morbidi anch'essi bianchi. La sua maschera è nera con le rughe e un grande naso aquilino. Bianco cappello a pan di zucchero e gobba. Le sue scarpe sono nere e lunghe con i calzini rosa scuro. Questa maschera può considerarsi la più antica del nostro Paese. Già conosciuta ai tempi dei romani e sparita con l'arrivo del Cristianesimo, la maschera è risorta nel '500 con la Commedia dell'Arte. Da allora personifica virtù e vizi del borghese napoletano, ma accolto in tutt'Europa ha assorbito le caratteristiche dei luoghi: in Inghilterra è Punch, corsaro e donnaiolo, in Germania è Hanswurst cioè Giovanni Salsiccia, in Olanda è Tonelgeek, ed in Spagna è Don Christoval Polichinela. Derivazioni locali della figura di Pulcinella possono essere considerati: il trasteverino Meo Patacca e il bravaccio popolare napoletano Sitonno.



 

Rugantino

 

Rosaura, figlia adorata di Pantalone, abita a Venezia in un palazzo bellissimo sul Canal Grande. La ragazza è molto chiacchierona, abbastanza irascibile, gelosa, vanitosa ed innamorata di Florindo. Il suo amore, però, é contrastato dal padre che vede in Florindo solo un nobile cavaliere senza denari. Spesso Rosaura, con la complicità della cameriera Colombina, invia di nascosto lettere d'amore, all'amato Florindo.



 

Rugantino

 

Il romanissimo Rugantino è, come i capitani, fanfarone e contaballe, ma, al contrario di quelli, rischia davvero e paga di persona, deve il nome alla "ruganza", all'arroganza e all'abitudine di "rugà", di agire e parlare con strafottenza. Rappresenta il "bullo romano", disposto a prenderne fino a restare tramortito pur di avere l'ultima parola: "Meglio perde n'amico che 'na buona risposta", é una delle sue frasi preferite. Il suo tratto caratteristico è quello di un provocatore, linguacciuto e insolente, ma in realtà, è un can che abbaia ma non morde. In fondo è anche un po' vile. "Cerca rogna, je puzza de campà, je rode", minaccia, promette di darle, ma le prende consolandosi con la battuta divenuta giustamente celebre:"Me n'ha date tante, ma quante je n'ho dette!". Agli inizi della sua carriera quando appariva sulla scena, Rugantino era vestito da gendarme: indossava pantaloni, una giacca rossiccia, lunga, orlata di giallo, gilet rosso, un colletto plissettato, calze a strisce orizzontali rosse e gialle, calzava scarpe con grandi fibbie e portava un cappello a due punte, ma con il tempo, ha vestito i panni civili, assume un carattere più pigro e bonario che ne farà una maschera di una Roma popolare ricca di sentimenti di solidarietà e giustizia. Povero l'abito, ma pieno d'arroganza: pantaloni consunti al ginocchio, fascia intorno alla vita, camicia con casacca e fazzoletto intorno al collo.



 

Sandrone

 

Maschera modenese del XIX secolo. Contadino zotico e robusto con faccione bitorzoluto e naso rosso, ignorante ma grande lavoratore, è molto furbo e pieno di buon senso: talvolta è falso e bastonatore, cioè ama picchiare, a ragione o a torto. Ama il buon vino e porta sempre con se un fiasco pieno di vino rosso. Porta un paio di pantaloni color marrone fino ai polpacci e delle calze lunghe rigate bianche e rosse, una giubba verde, una panciera bianca con pallini rossi. Ha le scarpe grosse ed un cappello floscio che sembra una cuffia da notte: è di lana rossa.



 

Sandrone

 

Maschera bergamasca nata verso la fine del '500. È un personaggio che con il passar del tempo ha subito delle modifiche. È un giovane che ama la musica, passa il tempo a comporre melodie e canzoni. Ha un costume colorato ed indossava una mantella. Sua fedele compagna la chitarra che portava sempre con se.



 

Scaramuccia

 

Scaramuccia è una maschera della Campania. Indossa un berretto nero alla basca, sembra una cuffia da letto. Sul viso porta una maschera nera. La giubba corta a righe nere e grigie scure la porta sborsata con una cinta. Scaramuccia porta un colletto bianco alla Stuarda, fatto di pizzo. Sopra indossa un mantello nero. I calzoni sono a metà ginocchio, completati da lunghe calze. Le scarpe sono nere e a punta ed hanno un fiocchetto all'altezza della caviglia. È un tipo spaccone, ma, in realtà sta quasi sempre in silenzio, in un modo o nell'altro prende ogni giorno qualche batosta! È uno scansafatiche eccezionale: come lui non c'è nessuno!



 

Stenterello

 

È una maschera della tradizione italiana, tipica della Toscana. Indossa una giacca blu con il risvolto delle maniche a scacchi rossi e neri. Ha un panciotto puntinato verde pisello e dei pantaloncini scuri e corti. Ha una calza rossa e una a strisce biancazzurra e le scarpe nere. Porta un cappello a barchetta nero ed una parrucca con il codino. È molto generoso con chi è più povero di lui, è dotato di arguzia e di saggezza che, unite all'ottimismo, gli fanno superare le ostilità della vita riuscendo sempre a cavarsela. È sempre ricercato dai suoi creditori, è povero in canna e sempre pieno di fame.



 

Tabarrino

 

Maschera di origine italiana e come tale rimase sin che il suo creatore l'ha interpretata nelle piazze francesi, ove con un linguaggio franco-italofono, il veneziano Giovanni Tabarin nel '500, improvvisando per le strade, recitava in buffe e piacevoli scenette, bozzetti e parodie. Furono trovate piacevoli, che riuscirono a divertire molti personaggi importanti tra i quali Molière, e che rimasero nel linguaggio francese come "tabarinades". Un costume facile per un personaggio altrettanto semplice. Un camiciotto di tela gialla legato in vita era portato sopra dei pantaloni stretti alla caviglia. Calze gialle e scarpe a punta marrone; un cappello con forme svariate e con piumme colorate; sulle spalle teneva una mantellina leggera. Un vestiario leggero che permetteva di eseguire con facilità salterelli, inchini e tutte quelle mosse e moine che servivano ad un personaggio solo a farsi piacere dal pubblico. Tabarrino scompare con la morte del suo interprete e verrà più tardi ripresentato nel '600, dandogli l'aspetto di un mercante, padre di famiglia, un acceso innamorato con passioni insane. Terminerà tra i burattini e le marionette.



 

Tartaglia

 

Maschera napoletana del '600. Il suo nome deriva dal fatto che è balbuziente. Rappresenta un vecchio notabile presuntuoso invadente, ridicolo nel vestire, goffo e con ventre grasso, grossi occhiali sul naso adunco, è calvo. Indossa un abito verde variegato di giallo, calze bianche, mantello ed un ampio cappello grigio. Porta un paio di pantaloni al ginocchio, le scarpe con la fibbia, una camicia con gli sbuffi e grande colletto tipo gorgiera, la giacca con le punte, non porta la maschera.



 

Sandrone

 

Personaggio della Commedia dell'Arte italiana, cammina mesto e tutto rattristito, parla in greco, viene scambiato spesso per Arlecchino.



 

Trivellino

 

Trivellino è una maschera di second'ordine, del gruppo Zanni o servo sciocco, a cui vi appartiene anche Arlecchino, e il costume che indossa ne ridefinisce con lui le sembianze. Trivellino è una maschera che ha fatto il suo tempo con il teatro che l'ha ideata, e lo si ritrova raramente in poche figure della prima metà del '700, vestito di forma attillata, un abito ben tagliato, di colore bianco con decorazioni astronomiche con stelle e pianeti. Un camiciotto assai lungo con bavero bianco, stretto in vita con una leggera cintura di pelle nera, su pantaloni di uguale materiale allacciati stretti alle caviglie; calze bianche e scarpette nere. Sulle spalle una mantellina chiara, in faccia una maschera nera e sulla testa un basco nero. Interpretato da validi attori nel '700, la sua fama è tramontata con loro, e non se ne ritrovano traccie neppure tra le marionette e tra i burattini.



 

Trivellino

 

Maschera italiana, il cui nome ebbe ispirazione forse da due personaggi di commedia che avevano in comune il nome di "truffa". È un servo furbo e imbroglione.



 

Zanni

 

Ma qual è la vera origine storica delle nostre tanto amate maschere? Arlecchino e Brighella sono degli Zanni. A molti questa parola non dice nulla, soprattutto se non si è mai vissuto nella Lombardia o nel Veneto. Zanni deriva da Giovanni, un nome molto popolare tra i contadini del Nord Italia. Con questo nome si indicavano spesso i contadini che diventavano servitori dei nobili e dei commercianti della Repubblica di Venezia. L'aspetto dello zanni è, tranne in rare occasioni come Arlecchino, simile a quello di Brighella. Costume largo tendente al giallo o al grigio e cappello lungo e largo, il tipico costume, insomma, del servo che lavorava nei campi. Lo Zanni diventa quindi un personaggio della Commedia dell'Arte Italiana che dal 1500 al 1700 diventa molto popolare in Italia e che prendeva spunti per le sue rappresentazioni dalla vita di tutti i giorni. Presto, grazie al successo dei contadini-servitori, il personaggio generico dello Zanni lascia il posto a Maschere con caratteristiche proprie e dai tratti molto accentuati. Nascono così maschere che presto diventano famose nella cultura popolare italiana come Arlecchino, (lo zanni sciocco) e Brighella, (lo zanni astuto). Nella Commedia dell'Arte Brighella ricopriva il ruolo di "primo Zanni", ovvero il servo furbo, autore di intrighi architettati con sottile malizia, ai danni di Pantalone o per favorire i giovani innamorati contrastati. Nel corso del Seicento e del Settecento precisò i suoi caratteri in contrasto con quelli del "secondo Zani" (ruolo del servo sciocco), soprattutto con Goldoni, divenne servo fedele e saggio, tutore a volte di padroncini scapestrati, oppure albergatore avveduto o buon padre di famiglia.



RE CARNEVALE

Re Carnevale gridò ad Arlecchino:
"Son vecchio, sto male, non voglio l'inchino!"
Disse alle maschere tutte riunite:
"Udite, udite, udite,
vi ho radunato tutte e il perchè
è spiegato in questo editto di punti tre.

Regola numero uno:
dentro al regno non rida nessuno.
Se ciò non basta, punto secondo:
bando le feste di tutto il mondo.
E ora arriviamo al punto terzo:
cari signori, è tutto uno scherzo!"



Altre maschere italiane di cui sappiamo solo il nome:
BELTRAME, BISCEGLIESE, CASSANDRO, DOSSENO, FRACANAPA, FLAMINIA, FLAVIO, ISABELLA, LEANDRO, MACCO, MATTACCINO, RAGONDA, RUZANTE e MOSCATINA di Trani (in disuso).

Ricerche di Moreno Montagna