I   BRIGANTI   DELLA   FAJOLA


 
 
     

    Il brigante Gasbarrone, ritratto in una incisione di B. Pinelli, con l’arciprete Pellegrini (Calcografia Nazionale Roma)

     

Tra la fine del 1700 e la metà del 1800, la cronaca sul brigantaggio nel Lazio, riporta un lungo agghiacciante elenco di grassazioni, omicidi, rapine, assalti alle diligenze, perpetrati nei luoghi più impervi e torvi, in particolare nella “Macchia della Faiola”. Quest’impenetrabile bosco attraversato dall’antica Via Latina, viene tristemente citato come il “nido dei briganti”. Le gole, i canaloni, i sentieri intrigati, il folto sottobosco di rovi intrecciati, formano un luogo ideale ed inespugnabile tana per le orde di furfanti, crudelmente versate alle ruberie e agli assalti dei Postiglioni, che transitavano in questo luogo.
Era in vigore il Governo del Papa Re che teneva in atto la pena capitale, e parecchi briganti, quando venivano acciuffati, erano inesorabilmente condannati al “taglio della testa e squarto”. Nell’elenco delle esecuzioni capitali tenuto da Mastro Titta (Giovan Battista Bugatti, boia romano dal 1790 al 1864), ne risultano tante legate al brigantaggio operante nella famigerata “Macchia della Faiola”, zona selvaggia tra il “Maschio d’Ariano”, “Monte Artemisio” e “Monte Algido”, dalla quale aveva preso il triste appellativo “I briganti della Faiola”, capeggiata dal famigerato Gasperone o Gasparone al secolo: ANTONIO GASBARRONE nato a Sonnino il 12 dicembre 1793, gli furono imposti i nomi di Antonio, Maria e Domenico e gli fecero da padrini al battesimo Tommaso Ippoliti ed Angela Grenga. Era nato da Faustina Ippoliti e da Rocco Gasbarrone. Le gesta di Gasperone sono fissate, ormai nell’immaginario collettivo, tanto da apparire quasi leggenda.
Alcuni però sostengono che egli non sia stato un brigante di primo piano, lo studioso M. Colagiovanni sostiene che non era neanche capo banda, oscurato dai ben più feroci e famosi banditi dell’epoca come Massaroni e Vittori. Gasbarrone divenne un fuorilegge nel 1816 dopo aver pugnalato il fratello della sua amata; si diede dapprima alla macchia al seguito di un brigante calabrese (detto appunto il “Calabresotto”) e poi capo della propria banda.
Agiva nello Stato Pontificio meridionale operando con la tecnica della guerriglia. Deve la sua fama al fatto che visse molto a lungo, al suo carattere gioviale e cameratesco e mai sanguinario (almeno nei confronti di pastori e contadini) che lo portò ad avere dalla sua parte la popolazione locale, ma anche alla sua lunga prigionia durante la quale ricevette la visita dei romantici viaggiatori del “Grand Tour”, poeti, scrittori, pittori e aristocratici facenti parte della buona società europea che facevano a gara per intervistarlo e contribuirono a diffonderne la fama scrivendo di lui anche all’estero. Gasperone era famosissimo in Francia, Inghilterra ed addirittura negli USA. Scrissero di lui Stendhal, Dumas e Lombroso che studiandolo lo definì il «vero tipo del delinquente nato» sulla base di caratteristiche anatomiche e psicologiche. Durante la prigionia il suo compagno di cella appartenuto alla stessa banda, tale Pietro Masi di Patrica, che (cosa rarissima saper scrivere) stilò le memorie di Gasbarrone, tale testo fu diffusissimo all’epoca, anche grazie al fatto che fu avviato un fiorente commercio di brani per i facoltosi visitatori.
La fama di Gasperone accrebbe anche successivamente grazie all’operato dei cantastorie che viaggiavano di paese in paese con cartelloni colorati e stornelli in rima tramandavano ai posteri le gesta del brigante, arricchendo ed aumentandone i particolari di volta in volta.
Era il terrore dei viandanti e delle comitive di pellegrini. In cima alla lista dei ricercati dalla polizia pontificia, gli venivano addebitati ben 126 omicidi, oltre ad una sfilza sconfinata di reati. Ben vestito, circondato da una banda spietata di briganti, Gasperone infestava da anni le strade che dal Regno di Napoli conducevano a Roma. Fra i ruderi degli acquedotti romani, da dietro il colle o all’improvviso dalla Macchia folta della Faiola che costeggiava la campagna romana, il brigante di Sonnino si accaniva sui viandanti facoltosi, rubava, uccideva.
Per il Giubileo del 1825 il flusso dei viaggiatori aumentò, e di pari passo anche gli assalti della banda di Gasperone. Un giorno, all’improvviso, la più seria minaccia per l’Anno Santo venne come per miracolo convinta a costituirsi. Ciò che non era riuscito agli investigatori, o all’amnistia concessa da papa Leone XII ai briganti pentiti, riuscì a una donna di nome Gertrude. E lei, secondo alcune cronache che riesce a convincere Gasperone. Lo conduce ad un colloquio risolutivo con monsignor Pellegrini, vicario generale di Sezze. La diplomazia del prelato e di Gertrude ammansiscono sia Gasperone, sia l’intera banda.
Il 23 settembre, dopo nove mesi di razzie, Roma rimane a bocca aperta. Sfilano disarmati per le strade, incatenati e scortati da un imponente schieramento di gendarmi e moschetti, sia il brigante sia i suoi compari. Meta dell’insolito corteo la prigione di Castel Sant’Angelo. Un’altra storia, più pratica, dice che Gasparone si arrese anche perché si era innamorato della figlia di un ricco contadino che voleva sposare, una volta tornato nella normale vita civile, e fu il monsignore che garantì per la sua vita.
Il brigante scelse di passare il resto della vita in una cella, perché ormai braccato da tutti, polizia e traditori. Con il fiato degli aguzzini sul collo, piuttosto che morire ammazzato, anticipò i tempi, assicurandosi anche un trattamento carcerario di netto favore, clausola questa inserita fra le condizioni della resa. Gasparone e i suoi briganti furono rinchiusi a Castel Sant’Angelo, da dove uscirono solo nel 1870, quando furono scarcerati in seguito alla caduta dello Stato Pontificio, e con l’Unità d’Italia divennero finalmente liberi. E cosi il Giubileo si poté solennizzare e concludersi in pace.

    Antonio Gasbarrone (1793-1882)
    ritratto
    da vecchio



    Abito, cappello e
    fucile a trombone appartenuti a Gasbarrone

Il Maschio di Lariano
Il monte Artemisio e il Maschio di Lariano con tutto il suo territorio furono un luogo di fortezza anche per i briganti: dato che i veliterni nel 1433 il 26 ottobre, con l’aiuto di 8000 soldati mandati dal Papa Eugenio IV, distrussero il Castello di Lariano radendolo al suolo. Infatti il famoso brigante Gasperone fece di quei ruderi il suo quartier generale e, dopo il suo arresto si sparse la voce che sotto quelle pesanti lastre di pietra fosse nascosto il suo favoloso tesoro, tante erano le rapine da lui perpetrate in zona. Vi fu, quindi, una vera e propria caccia al tesoro. Per lungo tempo ogni sasso venne rimosso, tanto da ridurre i resti del vecchio castello ad uno scomposto mucchio di pietre.
Non sappiamo se qualcuno trovò il tesoro di Gasperone, ma sappiamo che certamente venne distrutto ciò che restava di un tesoro archeologico di indubbio valore. Si riparlò di quei ruderi solo alla fine dell’ultima guerra mondiale, quando un esiguo numero di soldati tedeschi da lassù ebbe modo di proteggere e difendere per molti giorni ciò che restava delle truppe germaniche in ritirata.


Palazzo Chigi Ariccia
Si ricorda infine la presenza ad Ariccia del brigante Gasparone, s’impadronì del Palazzo Chigi e del retro che si stende nel bosco aricino, sistemato a parco, di cui parlano gli scrittori latini; lo contrassegnano antiche piante e alberi esotici, nonché alcune grotte, che costituirono il rifugio del brigante Gasparone. I Chigi, avevano creato nel parco delle grotte, usate come deposito per la neve, che veniva stipata in inverno, per freddare le bevande durante il soggiorno estiva dei principi. Sembra che il Gasperone abbia seppellito in una di queste grotte, il suo favoloso tesoro prima di essere condotto nelle carceri pontificie.
Ne è testimonianza la presenza a Palazzo Chigi di un suo ritratto, eseguito dal vero il 23 settembre 1825 da un artista francese ospite della Locanda Martorelli, tappa per numerosi viaggiatori del Grand Tour. In quell’occasione il brigante pernottava lì con la sua banda in condizione di prigionia. Una sosta voluta dalle guardie pontificie prima di riprendere il cammino alla volta delle prigioni di Castel Sant’Angelo.

 

Velletri visto dalla Faiola, dalla pianta del Lauro 1631 (part.)

 


  Nelle strade dei Castelli Romani


Tra gli uomini definiti “I briganti in Italia” Stendhal annovera il brigante Barbone al secolo Stefano d’Annibale, famoso per la sua crudeltà e temerarietà, al tempo del racconto, il brigante era pensionato e custode di Castel Sant’Angelo. Barbone era nato a Velletri alla fine del Settecento e compì il tirocinio del suo terribile mestiere fin da giovane in coerenza con le sue origini, visto che sua madre Rinalda, l’aveva avuto da una relazione con il brigante Peronti che in seguito l’aveva abbandonata.
La sua prima maestra fu quindi la madre, che per vendicarsi del marito insegnò al figlio i primi rudimenti del mestiere. Con questa educazione banditesca, Barbone non smentì le aspettative della madre riuscendo a costituire una banda che divenne il terrore dei viaggiatori del territorio castellano fino ad arrivare nei dintorni di Tivoli, Palestrina. Dopo una lunga serie di crimini, Barbone pensò di riposarsi e offrì al papa la propria resa a condizione che, come risarcimento, gli fosse concessa un’indennità e un buon numero di assoluzioni. Pio VII acconsentì e Barbone, nel 1818 fece il suo ingresso “trionfale” nella Roma papale tra ali di folla accorse per poter vedere da vicino colui che era stato per anni il terrore della città e della campagna romana.
Significative sono le parole di Stendhal che riguardano questo momento della vita del popolo romano e più in generale della natura degli italiani e infatti: “... a Roma si ha sempre una certa indulgenza e perfino interesse per gli assassini; si rivolge solitamente all’omicida quella pietà che si dovrebbe provare per la sua vittima; e spieghi chi può questo strano sentimento! Ma è uno dei tratti caratteristici di quel popolo. Posto di fronte alle figure dell’assassino e dell’assassinato, a commuoverlo sono i pericoli corsi dal primo”. Dopo l’accordo con il papa, Barbone trascorse con tranquillità il resto della sua vita a Roma.


 

Briganti all'abbeveratoio

 

Il Maghetto
Rocca Priora non restò indenne dalla sindrome della delinquenza in loco, anch’essa ebbe il suo buon brigante: il Maghetto. Era questo un certo Tommaso Transerici che macchiò il nome di Rocca Priora. Tale appellativo gli veniva dalla sua spiccata agilità accompagnata da diabolica furberia. Anche lui affiliato alla “banda della Faiola” con a capo Gasperone, facente funzioni di Luogotenente. Nel 1817 il Maghetto, capeggiò un’orda di banditi per l’assalto alla Villa Rufinella, di proprietà del principe Aldobrandini in Frascati, nella quale era ospite Luciano Bonaparte, fratello di Napoleone, che in tale epoca era comproprietario del “Castello di Rocca Priora et suo tenimento”. L’azione prevedeva il sequestro del Bonaparte dal quale si aspettava una forte somma di riscatto, ma il Bonaparte riuscì a sottrarsi alla cattura. Anche un certo Monsignor Cunio, eminente prelato, si salvò dalla cattura facendo credere egli essere un povero prete trovatosi per caso nella villa.
Il Maghetto dovette accontentarsi di trasportare con sé un pittore a nome Chatillòn, che ritenne essere il Principe Bonaparte. Si narra che il pittore, nei boschi della Faiola fu ben trattato dai briganti, perché dipinse a tutti il proprio ritratto e che esso venne riscattato con ben cinquecento Scudi versati dal Principe. Il 10 Maggio 1821 sull’Eremo di Camaldoli il Maghetto con l’orda dei suoi briganti penetrò nella Chiesa e terrorizzò, con le armi alla gola, i religiosi che stavano in preghiera, scelse otto frati da portare via, onde poter consumare l’audacissimo riscatto. Giunto poco oltre le Croci, prima rilasciò un frate non abile a sostenere la marcia che intendeva effettuare e, poco dopo, un certo Don Ambrogio perché dicesse ai superiori che occorrevano settemila scudi per il rilascio degli altri malcapitati religiosi. L’itinerario con gli eremiti fu: da Camaldoli su per Rocca Priora, e giù per valle Latina, si arrivò nella Selva della Faiola, poi per il Maschio di Velletri attraverso i Lepini giunsero ai boschi di Sonnino, altro “Quartier Generale” dei più rinomati briganti che operavano tra i boschi della Faiola e i monti verso Sezze.
Magra fu la somma del riscatto, raccolta dal superiore dell’Eremo don Sergio Micara, nativo di Frascati, mediante pubblica sottoscrizione. Si sa che il Maghetto, dopo ancora un po’ di brigantaggio, fu catturato dalla milizia pontificia insieme ad altri banditi, con i quali venne giustiziato.


VINCENZO GIOVAN BATTISTA VENDETTA
La città di Velletri sembra essere il cuore delle imprese brigantesche, perché ha dato i natali anche ad un altro famoso brigante, Cencio Vendetta, ossia Vincenzo Giovan Battista Vendetta, conosciuto come il Brigante della Madonna. 
Egli nacque il 30 dicembre 1825 a Velletri da una famiglia non agiata ed anzi privazioni e povertà influirono molto sulla sua formazione e sul carattere. La vita ribelle e criminosa del ragazzo iniziò subito ed infatti già a dieci anni rubò ad uno zio alcune tavole: fu denunciato e condannato a due mesi di carcere. Andando avanti negli anni l’attività criminosa di Cencio si consolidò con furti e rapine. Con alcuni complici nel settembre 1852 compì un furto ai danni di un tabaccaio di Genzano, Gaetano Fontana, per duecentottanta scudi. Nell’agosto del 1857 si macchiò di una grave colpa. Un maresciallo delle guardie pontificie, Antonio Generali, si era messo sulle sue tracce e andava dicendo che non appena avesse incontrato il brigante lo avrebbe ucciso a bruciapelo. Cencio raccolse la sfida e la sera del 28 agosto 1857 si presentò davanti a lui e lo accoltellò. Naturalmente si diede subito alla macchia, ma, dopo lunghi mesi di stenti e privazioni, stanco di essere braccato dall’esercito, fece circolare la voce che si era recato all’estero. In realtà si nascondeva nelle campagne di Genzano dove ebbe tutto il tempo di organizzare il suo colpo più ardito e temerario. Nella notte tra il 25 e il 26 marzo del 1858, qualche giorno prima di Pasqua, rubò il quadro prezioso e antico della Madonna delle Grazie e il tesoro custodito nella cattedrale di San Clemente a Velletri.
Cencio poi fece pervenire una lettera allo stimato arciprete della Chiesa di San Salvatore, monsignor Ronci, per comunicare al clero l’avvenuto furto degli oggetti sacri chiedendo per la restituzione di poter incontrare il delegato apostolico mons. Luigi Giordani. L’intenzione del Brigante era quella di iniziare una trattativa per la restituzione della refurtiva in cambio del perdono da parte delle autorità. La cosa però non era facile e dopo un lungo periodo, Cencio restituì il quadro e il tesoro che furono riportati nella Cattedrale con una solenne processione.
Il brigante fu invitato a costituirsi alla giustizia per affrontare il processo e solo dopo avrebbe ottenuto un provvedimento di clemenza. Cencio minacciò di darsi alla latitanza ma fu subito arrestato. Il suo processo iniziò il 6 maggio 1858 e durò per un anno, prima a Velletri e poi a Roma. Non ebbe nessuna clemenza e la mattina del 29 ottobre 1859 fu ghigliottinato nella Piazza del Trivio a Velletri, alla presenza di tutta la popolazione di Velletri: sul palco c’era anche il famoso boia Mastro Titta ormai ottantenne.
Rimase nel ricordo della gente l’impresa del furto e poi della restituzione degli oggetti sacri e per questo gli venne dato l’appellativo di Brigante della Madonna, creando così la leggenda di un eroe generoso e tragico.


 

Fantasiosa rappresentazione di un quadro di B. Pinelli,
i fratelli Vendetta studiano il da farsi dopo aver rubato
il quadro della Madonna delle Grazie.
(ricostruz.)

 

      I vari furti.
Tre anni prima del misfatto, nella notte del 14 Luglio 1855 vennero rubate, da alcuni ladri, quattro lampade d’argento che pendevano nella cappella della Madonna, e dalle nicchie vennero trafugati i doni votivi dei fedeli, oro, pietre, perle e argento.
Dopo aver in principio accusato i gesuiti venne scoperto che il maggior responsabile della banda era un certo brigante di Albano, Francesco Scialiante. La popolazione persa la speranza di ritrovare le lampade, aprì un'offerta pubblica per rifarle.
Il Capitolo offrì duecento scudi, mentre Ferdinando II Re delle di Napoli ne inviò trecento. Chiusa la raccolta con le offerte del popolo e del Cardinale Antonelli, venne incaricato l’argentiere romano Francesco Borgognoni che dopo aver restaurato quelle vecchie rimaste, fuse quelle nuove, la più grande delle quali venne donata dai fratelli Camillo e Filippo Corsetti. Su disegno di Girolamo Romani il fabbro Paolo Mancini fece il cancello che venne dorato da Vincenzo Vita.
Il Cardinale Vincenzo Macchi donò in riparazione del furto la sua croce pettorale.

      Tre anni dopo.
Questi alcuni punti di rilievo di una storia ancora avvolta nel mistero, è un giallo non ancora del tutto risolto per i modi e le circostanze con cui il brigante Vincenzo Giovanni Battista Vendetta meglio conosciuto come Cencio ardì trafugare dal Santuario la Sacra Immagine e il suo tesoro.
      1.
Nella notte tra il 1 e il 2 Aprile 1858 mentre pioveva a dirotto il sagrista del SS.mo Salvatore, Francesco Tosti, si trovò nella sua camera da letto Cencio Vendetta che gli impose di seguirlo immediatamente. Il Tosti che lo conosceva bene impaurito dal suo fare minaccioso rifiutò. Ma Cencio lo rassicurò dicendo che doveva solamente consegnare una lettera al suo Arciprete il Rev.do Don Pier Luigi Ronci.
      2.
Quella lettera conteneva una notizia sconvolgente che avrebbe messo dopo poche ore in subbuglio la città intera: “La Madonna Ss.ma delle Grazie nostra Patrona non è più al suo posto bensì in mio possesso. Recatevi subito da Monsignor Delegato per aver un salvacondotto per otto giorni ad effetto di abboccarmi con lui e restituire la Madonna senza la mancanza di una spilla, ritornatemi indietro il presente, Vendetta”.
      3.
Così il clero veliterno venne a sapere del furto della Sacra Immagine. Si attuava in questo modo la seconda fase dello scellerato piano del brigante veliterno che con quest’azione cercava di salvare la testa del fratello Antonio e quella sua, sicuramente già condannata alla mannaia per l’omicidio del Maresciallo Generali sotto Palazzo Graziosi in Via del Comune.
      4.
Resta un mistero, afferma Giovanni Ponzo nella sua pubblicazione “Cencio Vendetta il Brigante della Madonna”, come sia potuto arrivare dietro l’altare. Per togliere l’Immagine dalla nicchia bisognava passare ben quattro porte ed usare ben otto chiavi. Vendetta non svelò mai il nome dei complici mantenendo sempre la versione che la Vergine l’aveva recuperata in mano ai ladri. Una versione fantasiosa che costringe (scrive Ponzo) a fare delle ipotesi, ma solo due degne di riflessione.
      5.
La prima è che Cencio o qualcuno dei suoi complici abbia potuto procurarsi le chiavi originali e ne avesse fatto fare una copia. La seconda invece è che gli stessi canonici fossero complici del Brigante e che dopo avergli fatto prendere la Madonna avrebbero rimesso le chiavi a loro posto.
      6.
La terza considerazione è quella che emerge dagli atti archivistici cioè che il Vendetta sia venuto in possesso delle chiavi del Santuario e di quelle della Basilica, rapinando la casa di Don Francesco Falconi il Vice Prete che le aveva in custodia le lasciava sempre in una borsa di pelle in una stanza sempre aperta per permettere al chierico che suonava l’Ave Maria e a quello che suonava l’Angelus di prenderle comodamente.
Ma a conti fatti sembra troppo anche per uno come Cencio riuscire a fare tutto da solo, prendere la Sacra Immagine, rimettere tutto a posto e andare dal Sagrestano del Ss.mo Salvatore a mezzanotte. Meno impossibile (scrive Ponzo) sarebbe stato per il Vendetta procurarsi le chiavi in copia una alla volta e per ultimo quelle della Basilica di San Clemente. È impossibile quindi che il brigante abbia preso le chiavi in casa del Vice Prete è certo però che ebbe dei complici non soltanto per portare a termine l’impresa ma anche tra chi aveva in custodia sia la Basilica che il Santuario. Dopo l’arresto di Cencio gli inquirenti dichiarano inspiegabile i modi con cui entrò in Basilica.

      7.
Torniamo da Don Pier Luigi Ronci, che abbiamo lasciato sveglio tutta la notte con quel biglietto in mano. L’Arciprete aspettò l’alba per andare dal Canonico Sagrista Maggiore della Cattedrale Don Filippo Bianchi per comunicargli la notizia.
L’anziano monsignore non volle credergli, quindi lo accompagnò a San Clemente per fargli costatare che la Vergine era al suo posto. Invece poterono vedere che del contenuto dell’altare non erano rimasti che pochi stracci.

      8.
Immaginate lo stupore ma anche il terrore che investì i due sacerdoti, che pur avanti nell’età, percorsero di gran carriera la salita di Via Borgia per arrivare a Palazzo dei Conservatori nella Piazza del Comune, per comunicare a Mons. Luigi Giordani Delegato Apostolico l’accaduto. Il delegato dopo un momento di comprensibile smarrimento vide il biglietto del Vendetta e si rifiutò di trattare. Ma sia l’Arciprete che il Canonico Bianchi lo convincono a farlo anche perché Pasqua era vicina.
Il Delegato messo da parte lo sdegnò religioso rilasciò il salvacondotto incaricando Don Ronci di farlo recapitare al Vendetta.

      9.
Con fare spavaldo “Cencio Vennetta” si presentò a Palazzo e raccontò al Delegato la favola dei ladri, e per restituire la Sacra Immagine con il tesoro della cattedrale chiese: “ ’A grazzia pe’ ’mmi e pe’ fratemo ’Ntogno.”... e una pensione di dieci scudi al mese.
      10.
Inizia da questo momento un drammatico braccio di ferro. Il Delegato disse che non era in suo potere concedergli quanto richiesto e che solo Pio IX poteva farlo. Cencio a suo malgrado dovette dargli ragione e promise di restituire la Sacra Immagine se il delegato si fosse impegnato per iscritto ad intercedere per lui presso il Papa.
Mons. Giordani non ebbe nulla da obbiettare, per lui quell’impegno gli imponeva solo di riferire e non di ottenere.

      11.
Il Vendetta resosi conto della leggerezza commessa chiese in cambio dell’immagine l’ostensorio donato alla Madonna qualche anno prima da Re Ferdinando.
Mons. Giordani fu di una fermezza impressionante non poteva concedere il prezioso oggetto si sarebbero incrinati i rapporti con il monarca napoletano.
Cencio di fronte a questo rifiuto decise di restituire la Madonna, a mezzanotte a Porta Napoletana all’arciprete Ronci e al canonico Pietromarchi.
L’accordo venne raggiunto alle undici di sera, ma scredita la realtà dei fatti perché quello che venne assicurato dai due prelati risulta impossibile, perché per andare a prendere la Madonna a Porta Romana ci sarebbe voluta più di un’ora.

      12.
Cencio uscito dall'appartamento del Delegato e sceso dal Palazzo dei Conservatori venne arrestato dagli uomini del maresciallo Capanna. Le autorità cercarono di convincerlo che quell’arresto era avvenuto in completa buona fede. Il brigante si irrigidì e rimandando l’impegno scritto al Mons. Giordani disse che avrebbe restituito la Madonna solo dopo l’arrivo del rescritto di Pio IX.
      13.
La mattina del 3 aprile il Delegato si recò a Roma per riferire al Pontefice, mentre il Vescovo suffraganeo Mons. Vitali raggiunse con il Vendetta un ulteriore accordo, la Sacra Immagine in cambio della veste d’argento.
Il Delegato tornato da Roma disse a Cencio che Pio IX non gli avrebbe negato la grazia a patto che prima avesse restituito la Sacra Immagine. Le trattative stavano naufragando e i Sacri Bronzi annunciavano l’alba del giorno di Pasqua.

      14.
Questa è forse la più eclatante espressione della filiale devozione del popolo di Velletri verso la sua celeste Signora. Fin dalla mattina di Pasqua 4 Aprile 1858 il mugugno popolare contestava ai canonici il fatto che la Sacra Immagine era velata.
Nel pomeriggio sfondarono le porte della Basilica e giunti al Santuario lo trovarono vuoto. Gesti inconsulti grida che rasentarono il sacrilegio echeggiarono tra le navate della Cattedrale. Una voce tra il popolo accusò i Gesuiti che abitavano in quello che è oggi il Seminario Diocesano. Il collegio venne preso d’assalto alla ricerca della Madonna che non trovarono. Quest’attacco venne ordito per allontanare i figli di Sant’Ignazio da Velletri che gravavano sulle pubbliche finanze a causa del loro insegnamento. Nessun religioso potè farla franca Padre Missir rischiò il linciaggio sui gradini dell’altare della Madonna.

      15.
Quando ormai la rivolta si era estesa per tutta la città Mons. Gesualdo Vitali, Vescovo Suffraganeo di Velletri, scese in Cattedrale a denunciare il furto. Mentre parlava dal pulpito Antonio Vicario che trascinava Padre Missir vi passò sotto, e il Gesuita chiese la benedizione del Vescovo perché per lui era la fine. Il Vescovo riuscì a gridare raccogliendo tutte le forze di lasciarlo libero perché era innocente.
Saputo del tumulto il Vendetta si recò in Cattedrale e salito sul pulpito calmò gli animi dicendo che la Madonna era in suo possesso e che egli con il suo pugnale l’aveva recuperata da un gruppo di banditi che dopo averla rubata l’avevano nascosta nel cimitero di San Giovanni.

      16.
Il giorno dopo era Pasquetta, e Vendetta fece sapere che avrebbe pagato le spese del viaggio al delegato purchè questi lo avesse accompagnato dal Papa per esporgli personalmente le sue richieste.
      17.
Il Delegato Apostolico Mons. Luigi Giordani rifiuta le trattative, e fa sapere di non essere più disposto a parlare con il Vendetta, e fece rafforzare la sorveglianza al Palazzo e in città. Intanto aveva chiesto ad alcuni contadini di Lariano di essere pronti ad intervenire ad un suo cenno.
      18.
Una delegazione con a capo il gonfaloniere Giuseppe Filippi, i canonici Benedetto di Lazzaro e Domenico Pietromarchi si recarono dal Papa per avere disposizioni. Ma Pio IX ormai si era irrigidito.
      19.
A Velletri l’atmosfera si faceva incandescente sotto casa del Brigante gli abitanti di Lariano - stimolati da Mons. Luigi Giordani - minacciavano ritorsioni verso la sua famiglia se non avesse restituito la Sacra Immagine, Cencio era allo stremo e riconsegnò la Madonna che solennemente venne ricondotta in Cattedrale.
      20.
Cencio il giorno seguente venne invitato a Palazzo dei Conservatori ed ebbe un duro scontro con il Mons. Delegato che lo fece arrestare. La pena di morte fu pronunciata dal Tribunale di Roma il 25 Agosto 1858 dopo più di un anno di processi.
La condanna venne eseguita in Piazza del Trivio dal boia pontificio Mastro Titta, e la mattina del 29 ottobre 1859 fu ghigliottinato.
Tra gli applausi della folla finì in una cesta la spavalderia e la testa di Cencio.


Mastro Titta
Fra le tante esecuzioni eseguite da Mastro Titta, la più raccapricciante è quella avvenuta il 18 maggio 1816 nei confronti di cinque briganti affiliati alla “banda della Faiola” Vincenzo Bellini, velletrano, Pietro Celestini di Montefortino, Domenico Pascucci, Francesco Formichetti e Michele Galletti… rei di più grassazioni e omicidi, condannati al taglio della testa e squarto; pena eseguita in piazza del Popolo in Roma.
Scrive Mastro Titta nell’elenco delle esecuzioni: “Vincenzo Bellini, capobanda, doveva assistere alle esecuzioni dei suoi compagni e presenziare lo ‘squarto’, prima di essere lui stesso giustiziato. Era un bell’uomo dalle forme atletiche, la barba nera fluente, occhi di fuoco sfavillanti; vestiva alla ciociara come gli altri, ma non senza eleganza. L’esecuzione dei primi quattro fu rapida quanto poteva esserlo; nessun tentativo di resistenza avevano fatto. Quando ebbi impiccato uno di loro, Pietro Celestini, incominciai lo squarto, il sangue inondava il palco. Io ero inzuppato come il Bellini che assisteva imperterrito alla carneficina, senza che gli si alterasse il volto; non appena ebbi terminato di appendere i quarti alle travi, si udì un mormorio; Vincenzo Bellini, strappati i legacci che gli tenevano legate le mani incrociate, con uno sforzo sovrumano tentò di buttarsi giù dal palco, ma io fui pronto ad afferrarlo mentre i soldati che assistevano alle esecuzione, appuntavano le baionette sopra di lui per ridurlo alla ragione. Fui svelto a gettargli al collo la corda con il nodo scorsoio, e afferrata per maggior sicurezza quella di soccorso, mentre il garzone lo spingeva ai piedi, lo appesi al cappio e con una enorme spinta lo lanciai nel vuoto... dalla folla trepidante che assisteva normalmente all’esecuzione, echeggiò uno strillo e una donna delirante svenne. Era la sua ‘amante’ che lo aveva denunciato alla giustizia, pentita del suo tradimento”.
È questa una piccola parte del triste retaggio storico del brigantaggio nel Lazio e dei “briganti della Faiola” guidati dal famigerato Gasperone.

       
     

    Caricatura  - "Mastro Titta insegue un condannato"

     

I BRIGANTI (*)


Zitti zitti pe ‘lloco ta’bballe
vè na chélla de gente azzecchènno,
jènno rètro d’ognuno alle spalle,
s’avvicinenno sempre de più.

Chi j vede se mette a penzà-ne
“che vuranno ‘ssi morti de fame?”
Doppo poco se sente chiamà-ne
‘Ntònio e Ciccio che stavo a durmì.

Stramma, spine, macchiuni acciacchènno
vjénno ritti arrucchiènno all’ammonte;
mentre a jécco se vanno smurzènno
i lampiùni appicciati da mo’.

C’è chi core alle case, alle stalle,
rincriccate all’ampont’alla rave,
piena zeppa se vede la valle
de briganti co j’archibugiù.

Scinciacioce pe capo s’è misso
de Zeccone, Sciammerda e Buccitto
e co jssi alla porta s’è fisso,
pe nun fane niciuno scappa.

“Ju pajése se té-da salvà-ne
-dici chijo co j occhi da fori-
che niciùno se vad’a ‘gguattàne,
perché jéné jù vaj’a scuvà.

Ju fucile de fave é ‘nzeppato
e jù té-ne pe culo all’arèto;
de fasoj s’ha biéjo attrippato
ch’a ju sfiato fa tutti scappà.

Crìàpopulo va rentrunenno
so nu sìcchìo che fà da tamburo,
ju trumbone, currenno currenno,
va Pagnotta alla cas’a spiccà.

“Zí-za-zè” fa ce i piatti Peramo,
“bu-bu-bù” la catubba rentrona,
“Su cumpagni sunimo stu chìamo,
pe stijà chi st’ancor’a durmì.

S’havo missi i briganti a ballà-ne,
vutechènnose a chelle sunate;
Marco Sciarra ‘ncumenzeva a strijàne
che la pelle f’a tutti aggriccia.

“Tòcca tòcca, mo’ jàmo all’ammonte
-fa ju capo de chisti briganti
‘ncima a Normo de robba nu monte
tutti quanti putimo acchiappà.”

Chij porci ste cose sentènno,
comme avissere vista la jànna,
se ne vjéngono ‘ncima curènno,
che nicjuno j potte fermà.

Scinciaciòce sparenno l’appuzza
(ma ju naso havo chij appilato),
ju drappjéjo de chìsto i spruzza
co la ‘nfanga pe faj accecà.

Tutti zuzzi, balurdi, ‘nfangati
fanno fénta de jessene arèto,
alla chiaveca ammeci sdrajati
quatti quatti se vanno agguattà.

Sarda a chisto nu sbrici ‘nganna
(se n’agguatteno a chella reséga!)
Proprio Sciarra na zòccola azzanna,
che ‘nfuscato v’a iècorammè.

Screcà chi sente na coscia,
che le zampe o le raccia o la froja;
chella truppa che fa?.... mesia moscia
rescea’ncima, e vè rentro a finì.

Danno a Coccio na botta alla coccia,
ma ju stocco risdozza e se stocca;
Coccio allora raccòj na boccia,
a tirà-ne mette qua e là:

sdozza a chisto nu toccio de recchia,
zompa a chijo na fetta de trippa,
chisto e chijo da tera sparecchia,
co la boccia de bòtte ne dà!

I briganti, sturditi e ‘ntrunati,
danno foco alla chiesa, alle case,
i fénili già tutti appicciati
nun se ponno co l’acqua smurzà.

Tra lu foco attaccato dai latri
c’è chi piagni, chi strija, chi mòre,
so’ signuzzi de patri e de matri,
che i fij nun ponno truvà.

Chij brutti tizzuni d’inferno,
acugneréveno intanto cuntiénti,
comme avissero vinto nu terno,
nun sapènno p ch’atro rubbà.

Inzeppate de robba le balle
e ‘llanciàtele ‘ncim’a tre muli,
se ne jéreno ritti all’abballe,
senza manco vutasse a guardà.

Zitti zitti ci jéreno appresso
Bomma Chille e Francisco lo Sterco,
già Smerdone, appostato a ju ‘ngresso,
ai tre muli ci stéva a ‘bbravà.

Mentre chij dormeveno a gmoria,
ci retojno tutta la robba;
e ju fatto, ben degno de storia,
i Nurmisi re-feci sperà.

Dalla cégnere Normo più bjéjo
fu rifatto, ‘mbiancato e scupato;
fu arrutato ogni spito e curchjéjo
pe puté ju nemico ‘nfilà.

0 mammocchio de Normo de mo-ne
quando vidi nu mulo passane
pensa a Bomma, Francisco e Smerdone
ju pericolo ‘mpara a ‘ffruntà.

(*) il 18 aprile 1592 la terra di Norma fu saccheggiata dai briganti, guidati dal terribile Marco Sciarra

 

Campagna romana - Artisti del "GRAN TOUR"
Abiti dell'epoca, sulla destra il promontorio di S. Felice.

 


Bibliografia

Stendhal (Marie-Henri Beyle,1783-1842) - “I briganti in Italia”
Colagiovanni M. - “Il Sangue della redenzione”
Mammucari Renato - “I briganti. Storia, Arte, letteratura, Immaginario”
Ponzo Giovanni - “Cencio Vendetta. Il brigante della Madonna”
Morelli Giorgio - “Il costume di Scanno”
Rendina C. - “Guida insolita del Lazio
Istituto Italiano Castelli - “Luoghi fortificati del Lazio
Vinci Mario - “B”
Gasparoni A. - “La mia vita di brigante” stilata in prigione da Pietro Masi, suo
                           compagno di banda e di pena.
Mons. Fernando De Mei - La poesia “I Briganti”